Fame di cibo e fame di amore: bisogno e desiderio nel pianto del bambino

Bimbo solo con il ciboLa fame è un’istinto naturale e innato in ciascuno di noi, da questo dipende la nostra sopravvivenza, ma non solo. Quando siamo piccoli la soddisfazione di questo bisogno primario passa necessariamente attraverso l’Altro. Ciò implica, fin da subito, una diade e quindi una dinamica relazionale e affettiva: da un lato vi è un neonato che piange, dall’altro un adulto che cerca di interpretare questo pianto e di rispondervi in modo sufficientemente adeguato.

Hilde Bruch (psichiatra nota per i suoi studi sui disordini alimentari) nel suo testo “Patologia del comportamento alimentare” del 1973 pone l’attenzione su due aspetti: il primo riguarda il come per il neonato “il pianto sia verosimilmente il suo strumento più importante perché con questo mezzo segnala i suoi malesseri, desideri e necessità” e il secondo attende a come la modalità utilizzata per “rispondere al suo pianto, accontentandolo o trascurandolo” dalla madre, o da chi si prende cura del piccolo, “sembri essere il fattore decisivo nel renderlo consapevole dei propri bisogni”.

Il cibo, il seno, permette di rispondere ad un bisogno dell’infante, alla domanda “ho fame”. Ma cosa accade se si risponde al pianto utilizzando sempre, o comunque in via privilegiata, il cibo? Cosa può accadere se l’unica modalità interpretativa di quel pianto fosse “mio figlio ha fame”?

I genitori, fatta un po’ di esperienza, riescono bene a riconoscere le diverse modulazioni del pianto dei loro figli e quindi il significato del loro appello. Il pianto, lo vediamo quotidianamente, può veicolare una domanda del bambino sul piano del bisogno “ho fame”, ma anche sul piano del desiderio “ho fame di te, ho fame d’amore”.

Se ad una domanda posta sul piano del desiderio però rispondiamo reiteratamente con il latte o le pappe stiamo offrendo una risposta non sufficientemente adeguata al bambino in quanto ci stiamo ponendo su un binario differente. Questo può ingenerare confusione nel piccolo. Estremizzando il concetto con un esempio potremmo dire che se un bambino piange perché è angosciato da qualcosa e interpretiamo questo pianto come una richiesta di cibo e gli porgiamo costantemente il biberon, il bambino facilmente imparerà che quando è angosciato bisogna mangiare.

È quindi possibile che, alla lunga, la reiterazione di queste risposte non adeguate alla sua domanda, unitamente ad altri fattori, possano andare a costituire le basi su cui si potrebbe appoggiare un disturbo alimentare in fase adolescenziale.